Milano–Cortina 2026 ed una promessa semplice, rassicurante, politicamente perfetta: zero costi per i contribuenti.
Oggi, con i Giochi iniziati, quella promessa non è più uno slogan. È un fatto storico. Ed è legittimo chiedersi che fine abbia fatto.
Nel 2019, al momento della candidatura, il messaggio era univoco. Il premier Giuseppe Conte lo ribadì pubblicamente, il Comitato promotore guidato da Giovanni Malagò lo mise nero su bianco nel dossier ufficiale: 1,3 miliardi di euro, coperti interamente da sponsor, privati e ricavi olimpici. Nessun onere per lo Stato. “Un’opportunità per l’Italia senza pesare sulle tasche degli italiani”, titolavano i giornali.
I documenti sono ancora consultabili sul sito ufficiale del CIO, nella sezione dedicata a Milano–Cortina 2026. Il Business Plan parlava chiaro: “Nessun finanziamento da parte dello Stato italiano”. Il Governo firmò il Contratto di Diritto con il Comitato Olimpico Internazionale confermando quell’impegno.
Poi è arrivata la realtà.
Secondo le ultime relazioni della Corte dei Conti, il costo complessivo dell’operazione ha superato i 5 miliardi di euro, con oltre 2,8 miliardi di fondi pubblici. Un incremento superiore al 300% rispetto alle stime iniziali. Infrastrutture, varianti stradali, ferrovie, sicurezza, impianti sportivi: tutto è stato progressivamente riclassificato come “investimento necessario”, dunque legittimamente finanziato dallo Stato.
Il meccanismo è noto. Non si parla più di costi olimpici, ma di opere che “sarebbero servite comunque”. Forse. Ma resta una domanda inevitabile: servivano qui, ora, e con questa scala di priorità?
Ed è qui che l’Olimpiade smette di essere solo un evento sportivo e diventa una questione politica ed economica nazionale.
Perché le risorse impiegate sono nazionali, ma i benefici sono territorialmente concentrati. Lombardia, Veneto, arco alpino: territori già forti, già infrastrutturati, già centrali nel sistema economico italiano. Il cittadino di Bari, Napoli, Palermo o Reggio Calabria contribuisce — attraverso tasse e debito pubblico — a finanziare cabinovie venete, piste alpine e infrastrutture lombarde, mentre nel Mezzogiorno restano irrisolti nodi strutturali ben più urgenti: sanità, trasporti, scuole, accessibilità turistica.
Non è una polemica ideologica. È economia regionale.
Ogni grande evento è, di fatto, una scelta redistributiva. E Milano–Cortina redistribuisce verso Nord ed il Sud rimane sempre in vendita.
Questo non significa negare i benefici locali. Per Milano e Cortina, i Giochi rappresentano un acceleratore potente: aumento dei flussi turistici, visibilità internazionale, infrastrutture moderne, occupazione temporanea, indotto economico stimato in diversi miliardi. È successo a Torino nel 2006, sta succedendo di nuovo oggi.
Ma la storia dei grandi eventi insegna che i costi tendono a essere collettivi e duraturi, mentre i benefici sono spesso concentrati e temporanei. Atene 2004 resta un monito, Torino un precedente ambiguo, Sochi un caso estremo.
Sul fronte ambientale e sociale, le criticità non sono marginali: consumo di suolo in aree fragili, innevamento artificiale in piena crisi climatica, aumento delle emissioni, proteste locali, rischio di overtourism e gentrificazione. Tutto questo mentre la promessa di sostenibilità resta, in larga parte, affidata alla comunicazione più che ai dati.
Milano–Cortina 2026 non è un fallimento totale. Ma è l’ennesima dimostrazione che in Italia i grandi eventi non sono mai gratis, e che raccontarli come tali è un errore che prima o poi presenta il conto.
La domanda vera, oggi, non è se i Giochi stiano funzionando sul piano mediatico. La domanda è un’altra, più scomoda ma necessaria:
questa Olimpiade ha ridotto o ampliato i divari del Paese?
Perché se continuiamo a finanziare il futuro concentrandolo sempre negli stessi territori, il problema non saranno le Olimpiadi. Sarà ciò che resta quando i riflettori si spengono.
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