L’overtourism ed il riposizionamento delle destinazioni

Lo chiamano “overtourism” e si configura come il male del Millennio’ per chi lavora e opera nel turismo, ma soprattutto per chi, suo malgrado, si trova a vivere nelle destinazioni che ne sono toccate. L’overtourism nient’altro è che l’italianissimo sovraffollamento, per alcuni collegato al turismo di massa, che non riguarda però tutte le destinazioni e neppure tutti i siti di una destinazione e neanche tutti i periodi dell’anno.
Tutto sembra essere nato dai fatti di Barcellona, dove improvvisamente la scorsa estate sono comparsi i cartelli con la scritta ‘Tourist go home’, poi a macchia d’olio il contagio si è diffuso su su fino all’Islanda e negli Usa, in Thailandia e in Giappone; e poi ancora Amsterdam, Parigi, Londra. Tutte curiosamente accomunate da un grido: “Non vogliamo diventare come Venezia”.

La questione Venezia
Ma com’è, Venezia? Venezia rappresenta, nel suo essere unica al mondo, fragile e desiderata dai turisti, tutte le paure delle città che condividono la fortuna di essere poli attrattivi d’eccellenza per i viaggiatori globali. È scarsamente popolata da residenti e inflazionata di visitatori (gli ultimi dati disponibili parlano di 10 milioni di arrivi e 34 milioni di presenze per soli 55mila abitanti); ha costi di affitto proibitivi nel centro storico, tali da aver, negli anni, prodotto uno spopolamento a favore di attività ricettive; dispone di un patrimonio di grande impatto, ma relativamente concentrato in alcune zone definite; soffre di una grande fragilità, dovuta alla conformazione del territorio.
La strada di Venezia, soprattutto nel rapporto proibitivo fra numero di turisti e numero di cittadini, non è lontana da quella di altre destinazioni. Amsterdam ha accolto nel 2016 17 milioni di persone su 850mila residenti, Maiorca nel 2014 aveva già 13,4 milioni di arrivi per 1,1 milioni di abitanti, la piccola Santorini accoglie 2 milioni di persone l’anno su 25mila residenti. Le destinazioni sono sotto pressione, i cittadini anche di più.

Cause e responsabilità
A questa situazione si è arrivati per una serie di cause: da un lato, sotto accusa viene messa l’espansione delle compagnie low cost e dell’accoglienza low fare, che hanno reso accessibili a tutte le tasche città solitamente dispendiose.
Ma dall’altro, sottolineano alcuni osservatori, come Marianna Marcucci, co-founder di Invasioni Digitali, che ha affrontato il tema a TTG Incontri in un convegno, una parte di responsabilità è anche dell’offerta.
“Perché i cittadini non trovano più case in affitto nei centri storici? Perché i turisti non trovano più ristoranti con prodotti tipici ma, per lo più, fast food e take away e all you can eat? Perché prendono gli ‘hop on hop off’, abbuffandosi stile all you can eat di monumenti, invece di godersi un giro apprezzando tutto il bello delle città – si domanda -? E via così, potrei continuare. Forse la responsabilità non è dei turisti, che trovano questo tipo di offerta, ma di chi gliela offre?”.
Se le cause dell’overtourism sono abbastanza fumose, le conseguenze sono ben chiare. Il sovraffollamento turistico è fonte di conflitti sociali: gli affitti nelle aree centrali delle città lievitano e rendono proibitivo per i singoli viverci. Senza contare che si trovano a convivere con frotte di persone vocianti in un’area che perde ogni connotazione classica e si riempie di negozi di souvenir e ristoranti turistici.
Accanto a questo, va considerato il peggioramento dell’esperienza turistica e il rischio concreto che i mega-flussi danneggino anche in maniera materiale il patrimonio monumentale e culturale.

Possibili soluzioni
“Non esiste una soluzione unica e valida per tutte le destinazioni, ma bisogna innanzitutto tenere presente che stiamo accogliendo delle persone”. Se questa è la posizione di Marianna Marcucci, le diverse mete del mondo hanno scelto di battere ognuna la sua strada, e non sempre questa si è orientata verso l’accoglienza.
È il caso di Amsterdam, che dopo aver tentato la strategia di delocalizzazione dei flussi, è arrivata alla conclusione che l’unico modo per sollevare il centro storico dalla pressione turistica sia imporre una city tax da 10 euro a notte, che si va ad assommare alla tassa di soggiorno calcolata in percentuale sul costo dell’hotel. Una bomba, che fa il paio con l’aumento delle tasse di soggiorno alle Baleari e che tenta di scoraggiare il turismo o, quanto meno, di spostarlo verso zone più periferiche.

Londra e Parigi
Diverso il tentativo di Londra, in cui il sindaco, che si aspetta 40 milioni di turisti all’anno entro il 2025, spinge l’acceleratore sulla promozione dei periodi ‘off-peak’ e sugli investimenti per informare i turisti e spingerli a visitare parti diverse della città.
Parigi affronta la questione in maniera diversa: con un voto unanime del Conseil de Paris, la città ha scelto di limitare le notti che i proprietari di case in affitto su Airbnb possono offrire, passando dalle attuali 120 a 90 o 60 giorni di attività.

La linea del ministro
Venendo all’Italia, la linea del ministro Franceschini è chiara, e l’ha espressa nel primo incontro del tavolo dedicato alle grandi città d’arte lo scorso 27 luglio: “Non possiamo pensare di mettere dei ticket d’ingresso alle città – dice il titolare del Mibact -. Bisogna invece far rispettare le regole, che ci sono”. Perché una delle tentazioni delle città è risolvere il problema dell’overtourism con numeri chiusi e ingressi a pagamento per accedere ad alcune parti di territorio. Un terreno minato, perché i luoghi pubblici, per definizione, non possono essere a pagamento.
E poi c’è chi approfitta della situazione con intelligenza e umorismo. È il caso di Oslo, dove nel corso dell’estate l’agenzia turistica della città ha letteralmente ‘salvato’ una coppia di turisti neozelandesi da un’affollatissima Parigi in versione estiva. La storia è raccontata in un video, che la città norvegese sta utilizzando come strumento promozionale, per ribadire l’idea che l’overtourism non è un loro problema.

Fonte: TTG Italia
Author: Cristina Peroglio

Posted on 17 ottobre 2017 in Destinazioni, Incoming, Journal, News

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About the Author

Pierluigi Polignano. Economista del Turismo, fondatore di “Made in Puglia®”

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